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L’imperfezione è spesso rifuggita con cura maniacale.  L’imperfezione è quella crepa che allontana dall’illusione di poter essere perfetti. Scorgere tale caratteristica accanitamente rifuggita ci obbliga a soffermarsi sul rapporto che si ha con noi stessi e quindi anche con gli altri. Il libro IL DONO DELL’IMPERFEZIONE  di Alessandro Chelo, trovato per caso su una bancarella,  mi sembra utile a tutti.

Ma UTILISSIMO per gli IPER-SENSIBILI che molto spesso si soffermano ostinatamente su taluni aspetti caratteriali. Il sentirsi spesso dire ‘sei troppo sensibile’, ‘ sei talmente fragile da non saper cosa fare con te’, ‘non ti si può dire nulla!’ o ‘smettila di essere sempre così delicato!’ e molto altro. Hanno indotto chi è altamente sensibile a giudicarsi ‘sbagliato’. Non è vero! Quella fragilità è una ricchezza immane. È un talento da coltivare con grande amorevolezza.

LA STORIELLA

Questa piacevole lettura esordisce con una storiella africana. Si racconta di una donna che tutti i giorni va a raccogliere l’acqua al pozzo con due vasi. Ma uno dei due è leggermente crepato e lascia uscire un po’ di acqua lungo il sentiero. Un ragazzo osservando ciò non ha il coraggio di dire nulla alla donna, ma dopo molto tempo decide di farlo. Lo stupore del giovane è enorme, quando si sente rispondere dall’anziana che è al corrente che il vaso è crepato. Candidamente gli spiega che quel vaso rotto le permette ogni mattina di godere dei fiori che, annaffiandoli, le abbelliscono il percorso.

IMPERFEZIONE DEL VASO ROTTO

Il piccolo libro di  Chelo è un percorso sincero verso l’accettazione delle ‘crepe’ che ognuno ha. Tutti abbiamo dei difetti, alcuni di questi neppure li contempliamo, ma li scorgiamo nell’altro con cui ci relazioniamo. Ciò  ci ricorda che tutti abbiamo delle ‘crepe’. Ed ognuno può scegliere di provare a ripararle oppure di accettarle per scoprire, magari, che sono dei talenti.

Nella cultura giapponese la tecnica del Kintsugi invita a restaurare una ceramica danneggiata utilizzando una resina cosparsa di polvere d’oro. Così ogni oggetto riparato diventa unico grazie alla casualità con cui la ceramica si è rotta. Questa è una delle metafore usate dallo scrittore  per sottolineare che le crepe possono non essere  punti di fragilità da nascondere. Semplicemente rappresentano quelle crisi, fratture o cambiamenti che ognuno può trovarsi ad affrontare durante la vita.

Il non nascondere le crepe è il messaggio del libro. Evidenziarle con l’oro sottolinea, attraverso il suo grande significato simbolico, come quelle imperfezioni possano far emergere una forma nuova ed originale. Attraverso la valorizzazione della frattura, il vaso rotto ha una sua personalissima e nuova storia. Possiamo ostinarci e vedere il vaso come rotto ed inutile, ma possiamo anche provare ad accettarlo così com’è.

LAMENTELE CONTRO IL DESTINO

“Possiamo scegliere di lamentarci e recriminare contro il destino che ci ha riservato quei vasi crepati o scegliere di imparare a volergli bene e iniziare a guardarli con occhi nuovi. In fondo, nella fiaba, il vaso crepato sa fare cose che quello integro non è in grado di fare” afferma l’autore.

L’esortazione è esplicita, non permette equivoci. I nostri ‘difetti’ vanno accettati e compresi, non rifiutati, perché questi se integrati possono dimostrarsi punti di forza o talenti. L’autore sostiene che è necessario concentrarsi più sui talenti che sulle proprie carenze.  Afferma, inoltre, che sia più utile usare le proprie energie per esaltare i propri punti di forza. È inutile, ribadisce, cercare di cambiarsi lavorando su quelli che la società o la moda ritiene siano le debolezze.

DA CAMBIAMENTO INDOTTO A CRESCITA

Preconcetti comuni che hanno condizionato negativamente la vita di tutti sono ad esempio: ‘dovresti essere di più’, ‘dovresti essere meno’, ‘sei troppo’, ‘non sei abbastanza’. Tutte indicazioni che sottolineano l’imperfezione del bambino, poi adolescente e quindi adulto. Frasi che però hanno messo in crisi per anni molte persone. Spingendole ad intraprendere un percorso di cambiamento, mai veramente voluto.

Il tentativo ostinato di cambiare ingenera delle aspettative che trovano fondamento sull’idea di come si deve essere per essere accettati dalla società. Pure illusioni che agendo su supposti elementi carenziali inducono ad uno sforzo immane per eliminarli o ridurli.

“In sostanza, il tentativo di cambiamento ha a che fare con l’illusione di poter eliminare i propri difetti, mentre l’orientamento alla crescita ha a che fare con la VOLONTA’ di finalizzare i propri talenti. Nel primo caso, si cerca di diventare una persona diversa mentre nel secondo si tenta non solo di diventare una persona migliore, ma soprattutto affermare se stessi”.

Nella visione dello scrittore crescita significa allinearsi “progressivamente con se stessi, con la propria autentica essenza, con quelle parti di noi che contengono i nostri talenti più evidenti, ma anche con quelle apparentemente più ‘sconvenienti’, con la nostra identità più intima”.

IN SINTESI

L’autore ci invita tutti a mettersi veramente in contatto con la propria profonda fragilità, quindi arrendersi al mistero di ciò che non possiamo comprendere e tanto meno governare. Già questi semplici concetti ci possono sostenere nel non allinearci alla moda. Ma nell’intraprendere un cammino volto ad accettare il nostro destino e la nostra genetica.

Inoltre, la ricerca della perfezione è una falsa chimera. Se ci pensiamo l’amore per il meglio diventa per il cultore del ‘tutto perfetto’, un’ossessione. Perseguire il lavoro perfetto crea l’immobilità. La paura di non raggiungere la perfezione induce a non fare per non fallire, quindi meglio rassegnarsi.

Infine, c’è l’esortazione a diventare amici di se stessi. Ma cosa significa? Non è facile costruire un rapporto di amicizia con se stessi e tutte le parti che ci abitano. Spesso si è con sé sgarbati, polemici e giudicanti. Anche un piccolissimo errore può essere matrice di un dialogo interno stracolmo di insulti. Si soffre la propria presunta imperfezione, la si rifiuta con insistenza perché la si vive come un fallimento ineluttabile.

Iniziare  un cammino di avvicinamento, al contrario, significa mettersi sulla via di una ritrovata amicizia con se stessi, fondata sull’accettazione della propria imperfezione. È come incontrare dopo tanto tempo un amico che si era giudicato male per fretta, per paura o ignoranza. Ma incontrarlo e lasciarlo esprimere liberamente significa poterlo finalmente  abbracciare e ri-trovare.

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