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Emozione primaria: il disgusto

Le emozioni in prevalenza hanno come origine un altro essere umano e ad esso sono dirette. Il disgusto no: l’oggetto di riferimento è qualcosa di inanimato. Normalmente, il disgusto è associato al cibo e al rifiuto di contaminazione. Alla base c’è l’esperienza complessa di piacere/dispiacere che è associata al cibo ed anche ad aspetti morali.

COSA È IL DISGUSTO

Il termine «disgusto», essendo derivato da dis– senza e gusto, richiama la ripugnanza per cibi o bevande. L’emozione del disgusto può insorgere anche in assenza di stimolazioni delle papille gustative. Infatti, è possibile che si attivi in risposta anche a stimoli visivi, olfattivi e tattili. Infatti, nausea, schifo o repulsione possono essere indirizzate anche alla morale sociale. Ugualmente inducendo comportamenti di evitamento o allontanamento.

Il disgusto richiama a ciò che si cerca di scansare. Se il normalissimo “fa schifo” non è il semplice “non mi piace”, ma presuppone “mi disgusta” acquista la profondità di una tensione interna.  Atta ad indurre azioni di allentamento dall’oggetto dello schifo. Nel tentativo di non correre il rischio di una contaminazione da ciò che origina il disgusto.

FUNZIONE SENSORIALE

Gli stimoli sensoriali ci permettono, fin da neonati, di interfacciarci con il mondo circostante. È attraverso i cinque sensi che cominciamo a percepire e conoscere le persone, facendo l’esperienza del vivere. Questa funzione psichica è un fattore di attivazione e collegamento importante alle altre funzioni: emotiva, immaginativa, istintuale e cognitiva.

Apparentemente i sensi risultano poco elaborati e informativi.  Ma vedere un incendio o gustare una bevanda che ispira repulsione spinge a rifiutare la situazione o ad allontanarsi velocemente. È interessante notare che vista, olfatto e tatto sono i veicoli privilegiati dell’esperienza del disgusto. Ed è sempre attraverso i cinque sensi che ci possiamo allontanare dal pericolo o avvicinare a oggetti che favoriscono esperienze estetiche.

ESPRESSIONI FACCIALI

La persona che prova disgusto ha un’espressione facciale assai caratteristica e poco controllabile. Se si è assunto un cibo che provoca disgusto si arricciano le narici, rovescia le labbra e allarga la bocca come per spingere fuori tale alimento. Taluni studi effettuati negli anni novanta  affermano che l’arricciare il naso è la reazione più frequente al cattivo odore.  Mentre aprire la bocca e tirare fuori la lingua sono associati più spesso con il contenuto e l’irritazione della bocca.

Se il disgusto ha come oggetto comportamenti sgradevoli o persone percepite come ripugnanti, l’espressione è principalmente il sollevamento del labbro. Nei casi di intenso disgusto si prova nausea o anche vomito. Ciò è la massima espressione del bisogno di espellere dal corpo ciò che si rifiuta. Il corpo intero si allontana e si contrae, mentre si emettono delle vocalizzazioni riconoscibili come segnali di ribrezzo.

ULTERIORE VALORE FUNZIONALE DEL DISGUSTO

Il disgusto è considerata un’emozione primaria in quanto è universalmente riconosciuta. Compare negli esseri umani in modo molto precoce ed ha una significativa funzione adattiva. Permettendo di organizzare il comportamento complessivo per difendersi da pericoli alimentari o da difficoltà sociali. Questa emozione diviene più complessa durante lo sviluppo, originando emozioni secondarie come il disprezzo e l’indignazione. La reazione di “schifo” viene in questo senso orientata verso oggetti di ordine sociale e anche simbolico.

A seconda della cultura di appartenenza, il bambino impara a disprezzare chi fa parte di gruppi giudicati negativamente. A considerare riprovevoli le azioni o disgustosi gli spettacoli giudicati come tali dal gruppo di appartenenza. Impara anche a indignarsi per l’infrazione di tabù, per le ingiustizie e per i “giochi sporchi” che caratterizzano alcune dinamiche sociali.

DA UN PUNTO DI VISTA SIMBOLICO

Se la rabbia costituisce una fisiologica premessa all’attacco e la paura prepara l’adozione di strategie difensive, il disgusto obbliga a voltare il viso o a sollevarlo. Nel tentativo di allontanarsi da un vissuto spiacevole che la realtà disgustosa ha provocato. In sostanza, da un punto di vista simbolico evitare lo sguardo di qualcuno può essere il segno di repulsione e disgusto da cui si vorrebbe fuggire.

Una seconda reazione che accompagna solitamente il disgusto è quella di sollevare il capo, allontanando il naso dagli odori sgradevoli. Osserviamo tale reazione anche quando dal disgusto si passa al disprezzo sociale. “Avere la puzza sotto il naso” è una locuzione simbolica che ben rappresenta il collegamento tra queste due emozioni. Accade infatti in tutte le culture che l’oggetto delle emozioni negative incida gradualmente anche nell’ordine sociale.

Da studi svolti è emerso che l’oggetto del disgusto è spesso di origine animale. Come ad esempio gli scarafaggi, i serpenti o i ragni oppure un membro amputato o il sangue. Da tali ricerche risulta che il disgusto è una emozione di chiara origine funzionale. Il disgusto servirebbe ad evitare il pericolo derivante dall’alimentazione e dagli elementi equiparabili a cibo dannoso.

Vi sono a livello globale delle regole culturali che definiscono, anche in modo anche puntale, i comportamenti da assumere. Infatti, ci sono cibi che debbono essere mangiati in specifiche  ore del giorno, se sono adatti ai bambini o agli anziani, e così via. Intorno al cibo, alla sua preparazione e al modo di mangiarlo si articolano moltissimi significati simbolici. Infatti, il cibo è carico di forti sentimenti emotivi sia positivi che negativi.

TRIADE DELL’OSTILITA’                i

Si ritiene che rabbia, disgusto e disprezzo rappresentino la triade dell’ostilità. La rabbia e ancora di più il disprezzo esprimono aggressività verso i nostri simili, magari dirigendole sugli oggetti per proiezione. Per il disgusto accade il contrario. Può capitare di sentir affermare che il comportamento di quella persona è stato disgustoso, magari alludendo alla sua meschinità. In tal modo si ha un uso traslato del termine: manca la manifestazione fisica, ma si esprime il proprio disprezzo o indignazione.

Di fatto gli esseri umani possono ispirarci avversione quando sono brutti e sporchi. Quando fanno qualcosa che noi non faremmo mai, trovandola disgustosa. Per esempio, l’attività dell’idraulico che cerca di sturare il gabinetto. Proviamo in questi casi un disgusto vicario, cioè d’identificazione.

DISGUSTO SIMBOLICO

Esiste anche la manifestazione simbolica del disgusto, che è legata alla paura della contaminazione. È possibile rilevare tale modalità nei casi in cui una persona è evitata, ad esempio perché ritenuta uno iettatore. Spesso tale modalità comportamentale è connessa ad intrecci emozionali che mescolano il disgusto con la ripugnanza, la paura e il disprezzo.

Tale emozione può assumere anche delle connotazioni sociali se facciamo riferimento alla casta dei paria in India. In questo caso il disgusto non è semplicemente culturale, ma è addirittura prescritto da regole sociali. Ma ritornando al cibo: nella nostra cultura è escluso mangiare un boccone ‘sputato’ o masticato e deposto in un piatto. È un’azione considerata ad alto rischio di promiscuità.

COME GESTIRE IL DISGUSTO

Se un alimento ci provoca disgusto possiamo evitarlo, ma la cosa si complica se l’origine di tale emozione è a livello relazionale. Quando ci rendiamo conto che stiamo provando disgusto in una relazione è opportuno cogliere cosa non ci piace della situazione. Fermarsi ed osservare con amorevole attenzione i segnali che il corpo invia. Per scegliere se evitare di stare nella relazione o cercare un dialogo costruttivo.

POSSIBILI SOLUZIONI

Nel caso venga scelto il dialogo costruttivo sarà necessario spiegare il nostro punto di vista. Informare come taluni azioni o comportamenti ci mettono a disagio. È altrettanto importante procedere ad un ascolto empatico per cercare di comprendere gli altrui bisogni o difficoltà. Ciò presuppone la reciproca conoscenza di aspettative e bisogni, con la possibilità di esprimere una richiesta che possa aiutare a trovare una soluzione. Nell’ambito della Comunicazione Non Violenta ciò significa Osservare i Bisogni e i connessi Sentimenti per formulare una Richiesta.

Qualora ciò non fosse possibile possiamo ricorrere alla rivalutazione cognitiva. Attraverso cui si riconosce che quel disgusto non è attribuibile alla situazione, ma al significato che gli si riconosce. Ciò può aiutare a gestire quello stato d’animo mediante la riformulazione dei pensieri che originano dal disgusto.

Ulteriore modalità è la soppressione. Strategia volta a gestire già dal nascere il disgusto, celandone i segni espressivi. Tale modalità è un mezzo utilizzabile quando il contesto impedisce l’elaborazione di una risposta di altro genere. Ma questa scelta presenta il carattere della temporaneità. È necessario, in tal caso, fare attenzione a non cronicizzare la modalità comportamentale scelta come ‘ultima spiaggia’.

GLOSSARIO

DISPREZZO è un’emozione secondaria connessa al senso di colpa, la gelosia e l’invidia, quindi rivolta a persone o azioni. Mentre il disgusto è rivolto prevalentemente al cibo.  Infine, il disprezzo è significativamente influenzato da regole sociali e culturali.

INDIGNAZIONE è l’espressione di disapprovazione per un’azione ritenuta riprovevole o in violazione della dignità propria o degli altri.

Il RISENTIMENTO è una condizione di disagio misto al disgusto, in quanto si ritiene di aver subito un’offesa, di essere stati umiliati o aver subito un abuso.

Per approfondire altre emozioni:

LA RABBIA

LA TRISTEZZA

LA GIOIA

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